DSA: che cosa sono?

una bambina legge con il dito, sotto il titolo DSA che cosa sono?

Probabilmente sai già che la sigla DSA sta per Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Ma, Apprendimento di che? Disturbo: in che senso? Specifico… e cioé?

La vita di un genitore che si affaccia per la prima volta nel misterioso mondo dei DSA è fatto di sigle incomprensibili, affannose richieste a conoscenti e interminabili ricerche su Internet per capirci qualcosa.

Trascrivere in parole le sigle misteriose è relativamente facile, ma “tradurle” in italiano corrente è tutt’altra faccenda.
Ad esempio, qualsiasi ricerca su Internet ti porta a scoprire in pochi secondi che DSA sta per disturbi specifici dell’apprendimento. D’accordo.
Ma disturbo perchè? Significa che mio figlio ha qualcosa di patologico? Specifico, e cioé? E poi, apprendimento di che? Significa che mio figlio non è in grado di imparare nulla?

Proviamo, allora, a capirci qualcosa. E cominciamo a ritroso.

Che cosa sono i DSA

1. I DSA si riferiscono all’apprendimento

I DSA si riferiscono all’apprendimento, ma non a qualsiasi apprendimento. Ci si riferisce infatti agli apprendimenti “di base“: la capacità di leggere e/o scrivere e/o calcolare (volendo aggiungere altri paroloni, rispettivamente dislessia/ disortografia e disgrafia/ discalculia).

Significa che un bambino o un ragazzo con DSA non imparerà a compiere queste attività e resterà analfabeta o incapace di fare 2+2?
Assolutamente no.
Ciò che accade è che questi apprendimenti risulteranno più faticosi. E anche dopo alcuni anni di scolarizzazione la lettura e/o la scrittura e/o il calcolo potranno risultare lenti e imprecisi.

2. I DSA sono specifici

I DSA sono specifici, cioè limitati, il contrario di generici. Infatti, i DSA si riferiscono solo a lettoscrittura e/o calcolo, cioè sono circoscritti alla capacità di leggere e/o scrivere e/o calcolare.

L’intelligenza, invece, è normale, vista e udito pure, non ci sono malattie neurologiche (del cervello e del resto dell’apparato nervoso), nè malattie mentali.

3. I DSA sono disturbi

Chiamare i DSA disturbi può non piacere. Disturbo ci sembra un termine “antipatico”, un’etichetta “sanitaria”. Questa sgradevole parola, però, ne consente l’inclusione in un sistema di classificazione internazionale di disturbi e malattie. Questo a sua volta permette di fare ricerche per comprenderne meglio la natura. E riconosce la necessità di fornire alcuni aiuti a chi ha un DSA.

 

Che cosa non sono i DSA

Sui DSA circolano alcune informazioni errate: vediamo allora che cosa non sono i DSA.

1. I DSA non sono una malattia

Ma, se mio figlio ha un disturbo, significa che è malato?

No, non vi sono, infatti, gli elementi cardine della malattia: una interruzione della situazione di salute, che si conclude con la guarigione o la morte o un adattamento a nuove condizioni di vita.
Con la dislessia, la disortografia o la discalculia si nasce: non esiste un prima senza DSA e un dopo con DSA.

Di DSA non si guarisce, ma si resta insieme per tutta la vita. Come non si “guarisce” dall’avere gli occhi azzurri o i capelli castani: sono caratteristiche che ci accompagnano. Nel caso dei DSA possiamo trovare strategie di miglior convivenza, ma sempre con noi restano.

2. I DSA non sono sinonimo di pigrizia

Perchè un bambino intelligente, mentalmente e fisicamente sano fatica nell’apprendimento di lettoscrittura e/o calcolo?
È la domanda che sorge spontanea in molti.

Spesso questa “stranezza”, questa apparente incongruenza tra intelligenza e abilità di lettoscrittura e/o calcolo porta a pensare che la causa sia la pigrizia, il disimpegno, il disinteresse verso la scuola.

Questo si traduce in un doppio motivo di sofferenza per bambini e ragazzi con DSA: alla fatica enorme per stare al passo con i compagni si somma la ferita emotiva di etichette ingiuste.

Oggi è sempre più raro che un genitore ai colloqui con gli insegnanti si senta dire del proprio figlio dislessico “è pigro, potrebbe fare molto di più, non ha interesse per la scuola, non ha voglia di combinare niente”.

Questa convinzione è talvolta latente, però, in alcuni insegnanti e perfino in alcuni genitori. Pronta a manifestarsi quando lo sforzo scolastico notevole porta i ragazzi a fasi di evitamento di compiti e studio. In frasi come: “sarà anche dislessico, però ne approfitta per fare i suoi comodi“. E allora? Può darsi. Perché, però, anziché criticare il ragazzo, non si cerca di capire le ragioni del suo disimpegno? Perché ci si ferma all’apparenza e non si vede la sostanza? Lo scoraggiamento, cioè, di chi getta la spugna, perché non vede risultati nonostante l’impegno. In queste fasi occorre sostenere i ragazzi e incoraggiarli a credere in se stessi, non demolirli con ingiusti appellativi.

Non pigrizia ma caratteristica neurobiologica

Alla base dei DSA non vi è la pigrizia, ma una diversità neurobiologica. Un parolone che si riferisce ad una diversa forma di organizzazione del cervello nelle persone con DSA. Un diverso modo di elaborare le informazioni necessarie per leggere, scrivere o manipolare i numeri.
Meno efficiente rispetto a quello della media delle persone? Sì, se pensiamo che si possa leggere solo con gli occhi e scrivere solo con la mano.

In realtà, leggere con gli occhi e scrivere con la mano ci sembrano i soli modi possibili, solo perchè sono propri della maggior parte delle persone.

Invece, è meno comune, però si può leggere con le orecchie (audiolibri e sintesi vocale) e con le dita (Braille); si può scrivere con gli occhi (puntatore oculare) o con la voce (dettando al computer) o con le dita ma senza penna (al computer); si possono delegare i conti alle macchine (computer o, più banalmente, calcolatrice, anche come app su qualsiasi aggeggio elettronico, smartphone o tablet).

Le ricerche sull’organizzazione del cervello nei dislessici (sono i DSA più frequenti e studiati) hanno mostrato, peraltro, che le differenze sono ben più ampie rispetto a quelle coinvolte nei processi di lettoscrittura e calcolo. E si associano con vantaggi e non solo con difficoltà. In un mondo ideale, sarebbe giusto che i ragazzi con DSA fossero incoraggiati a sviluppare i propri talenti, anzichè costretti ad adeguarsi a curriculum tagliati su misura della media dei coetanei.

3. I DSA non sono causati dalla scuola

Come osserva G. Stella a proposito della dislessia (ma tale considerazione vale anche per disortografia e discalculia), “il metodo di insegnamento non ha alcun effetto sull’origine della dislessia“. Tuttavia, come aggiunge poco dopo, “il tipo di proposte che vengono fatte ai bambini possono facilitarne il superamento oppure complicarla ulteriormente (…) esattamente allo stesso modo in cui le difficoltà ambientali non causano i danni neuromotori, ma ne aggravano le conseguenze” (G. Stella, “La dislessia”, Ed. Il Mulino).

Ad esempio, l’insegnante che insegna i quattro caratteri nel primo trimestre di scuola elementare non causa i DSA. Ma può rendere l’apprendimento della lettoscrittura inutilmente più complicato e faticoso per il bambino con dislessia o disortografia.

 

 

Vorrei ora proporti una domanda importante: i DSA sono o non sono un problema, una difficoltà?

I DSA rappresentano un problema?

Alcuni ragazzi con DSA e, soprattutto, i loro genitori non amano considerare il diverso modo di apprendere come un problema o una difficoltà.
Non hanno tutti i torti.  Tendiamo ad associare questa parola con una mancanza, che ci rende meno competenti dei nostri simili: a nessuno fa piacere considerarsi in questo modo.
Inoltre, come detto più sopra, sta emergendo come essere dislessici presenti anche alcuni vantaggi.

Le nostre caratteristiche, in realtà, si traducono in problemi e difficoltà solo quando siamo costretti ad allinearci alla media delle persone.

La persona con DSA può leggere, scrivere e manipolare i numeri utilizzando il proprio modo di accedere alle informazioni?
Allora sarà tanto efficiente quanto chiunque altro.
La persona con DSA non può usare gli strumenti che le servono?
Allora il DSA diventa un problema e una difficoltà.
Ma il problema dipende da chi ha è dislessico o discalculico o dal mondo esterno?

Sono miope, cioè vedo male gli oggetti distanti.
Una caratteristica neurobiologica (nonché un disturbo visivo) che ho ereditato da uno dei miei genitori.
Una scocciatura in adolescenza (detestavo gli occhiali), un privilegio in età matura (niente occhialini da presbite per me).
È un problema? Sì, se mi dimentico gli occhiali e, soprattutto, nelle situazioni in cui vedere bene è indispensabile. Per esempio, al volante dell’auto…

Uno dei miei familiari è particolarmente alto, sfiora i due metri.
Indubbiamente una caratteristica biologica.
Un problema? Solo se deve guidare una Smart. Un vantaggio se deve prendere oggetti negli scaffali più alti o se gioca a basket.

Viviamo in una società costruita per comodità attorno alle esigenze della media degli individui che la compongono.
Non è nè giusto, nè sbagliato.
Però significa che le nostre caratteristiche diventano problemi quando pretendiamo di – o ci obbligano a – adeguarci alla “normalità”, intesa come media statistica. Cioè: quasi tutti fanno così, quindi tu ti devi adeguare. Quasi nessuno ha gli occhiali, quindi anche tu devi farne a meno. Quasi tutti riescono ad entrare in una Smart, quindi devi farcela anche tu. Quasi tutti fanno i calcoli a mente, quindi non puoi usare la calcolatrice. Quasi tutti leggono con gli occhi, quindi tu non puoi usare la sintesi vocale.

Tuttavia, la società è anche composta di individui pensanti. Che comprendono i vantaggi sociali di ottenere il meglio da tutti i suoi membri.
Quindi, dai l’equivalente degli occhiali a un ragazzo con DSA (si chiamano strumenti compensativi) e realizzerà il suo potenziale di apprendimento. Non glielo dai? Privi la società dei suoi talenti unici e insostituibili.

 

Vuoi approfondire quanto ti ho raccontato qui in poche parole? Puoi cominciare a farlo leggendo:

Nella prima parte dell’ebook “Parlare con i figli di DSA” (richiedilo gratuitamente) trovi un riassunto di alcuni concetti importanti sui disturbi specifici dell’apprendimento. Sono quelli che, secondo me, non devono mancare a un genitore, soprattutto, ma non solo, quando parla con il proprio figlio dei DSA.

Quali di queste considerazioni condividi?
Quali di queste considerazioni ti trovano in disaccordo?
Scrivilo, se vuoi, nei commenti

Featured image: pixabay

3 pensieri su “DSA: che cosa sono?

  1. Immagino che sia più comune diagnosticare un disturbo DSA in un bambino o un ragazzo che stia frequentando una scuola. Il disturbo può manifestarsi anche prima che un ragazzo vada a scuola? Se sì, quali sono normalmente le evidenze di questa manifestazione?

    Piace a 1 persona

    1. Domanda molto interessante: meriterebbe un intero post, cercherò di programmarlo.
      Hai ragione: la diagnosi di DSA si pone quando bambini e ragazzi vanno già a scuola. In particolare, non si può porre la diagnosi di dislessia o disortografia prima della fine della seconda elementare, mentre per quella di discalculia occorre attendere la fine della terza.
      Prima, però, si possono osservare dei “segnali”; dei campanelli d’allarme, che possono indicare un maggior rischio di sviluppo di un DSA. Non, però, la certezza.
      Fra questi, la presenza di difficoltà di linguaggio e/o motorie che permangono oltre i 5 anni di età. Soprattutto, se in famiglia sono presenti altre persone con DSA.
      Ribadisco, però, che non tutti i bambini che a 5 anni hanno un vocabolario povero, oppure che hanno difficoltà a disegnare o ritagliare, sviluppano necessariamente un DSA.

      Piace a 1 persona

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